Amati in tutto il mondo per le loro bollicine, i vini frizzanti affondano le radici della loro storia nella tradizione popolare e contadina: non a caso, la tradizione e la produzione dei vini frizzanti è stata mantenuta molto a livello locale e artigianale fino a pochi decenni fa. La produzione odierna dei vini, però, è stata notevolmente cambiata e migliorata grazie alle tecnologie e alle nuove produzioni, specialmente per i vini più moderni che si possono trovare oggigiorno in commercio, senza però tralasciare il suo aspetto e la sua storia più tradizionale che li rendono sempre unici e inimitabili durante il loro consumo in compagnia e con leggerezza. In questo articolo andremo ad approfondire quali sono gli aspetti principali legati al vino frizzante e alla sua stessa produzione, evidenziando le principali differenze tra due metodi importanti di vinificazione frizzante, ossia il metodo Charmat e il metodo classico.

Quando si parla di vino frizzante si intende un determinato vino la cui composizione è presidiata da una percentuale di anidride carbonica, ossia la dose essenziale per creare le famose “bollicine” che tutti amiamo. La maggior parte dei vini frizzanti viene prodotta da aziende agricole che dovranno necessariamente lavorare attraverso l’utilizzo di metodi adeguati al fine di poter ottenere quella che si può chiamare “giusta frizzantezza”. Le uve che vengono utilizzate per poter ottenere un vino ideale frizzante dovranno essere raccolte con una settimana d’anticipo rispetto alla raccolta con tempistiche studiate per i vini fermi, e si svolge al fine di poter ottenere una gradazione alcolica che rimanga tra i 9° e i 12°, perfetta per i vini frizzanti di tipo secco. Anche l’acidità totale è un fattore importante per i vini frizzanti, e non dovrà essere maggiore di 6 grammi per litro. Quando si otterrà il vino base, si dovrà passare alla vinificazione frizzante che si potrà ottenere con due metodi importanti: il metodo Charmat e il metodo classico, comunemente conosciuto come metodo Champenois. Con quest’ultimo si potranno ottenere vini frizzanti attraverso la rifermentazione in bottiglia per un lungo periodo, mentre con il metodo Charmat essa avverrà in imponenti autoclavi formate da acciaio.

Entrambi i nomi dei sopracitati metodi sono in lingua francese, ma poiché Italia e Francia sono “rivali” da moltissimo tempo nell’ambito della vinificazione, nella nostra lingua sono stati coniati termini e denominazioni corrispondenti similari a quelli francesi: per esempio, il metodo classico deriva dal metodo Champenoise, ossia il procedimento che i francesi utilizzano per produrre gli spumanti Champagne, mentre il metodo Charmat mantiene lo stesso nome poiché brevettato dai francesi; l’origine di quest’ultimo metodo, però, non sarebbe stata possibile se non fosse intervenuto, nel suo perfezionamento, l’italiano Martinotti.

Metodo ClassicoIl metodo classico, o conosciuto anche come Champenois, comincia con la pressatura dolce delle uve precedentemente selezionate, e successivamente verrà eseguita la fermentazione con zuccheri e lieviti scelti. La fase subito successiva è quella della spumantizzazione e l’aggiunta ulteriori di zuccheri. Quando viene imbottigliato il vino, le bottiglie verranno tenute in posizione orizzontale anche per lungo tempo, finché non raggiungano la maturità adeguata. In pochi mesi, tutti gli zuccheri si esauriranno e la pressione della bottiglia aumenterà notevolmente: in questo modo, si potrà ottenere il giusto perlage desiderato. Solamente dopo questo utlimo passaggio avverrà il processo denominato remuage, ossia il verticale posizionamento delle bottiglie al fine di eliminare tutte le impurità che si sono formate lungo il collo della bottiglia. Per procedere in questo passaggio sarà necessario che il collo di ogni bottiglia, riposizionata in verticale, venga congelato alla temperatura di -25° C venendo così definitivamente tappata.

Metodo Martinotti - CharmantIl metodo Charmat, o conosciuto all’italiana come metodo Martinotti, prevede che la fermentazione avvenga all’interno di grosse autoclavi fatte in acciaio con tenuta stagna, con temperatura e pressione controllata, e per un periodo breve inferiore ai 6 mesi. Simile a cosa avviene nel metodo classico, successivamente verrà effettuata la refrigerazione al fine di eliminare le impurità formatesi all’interno della bottiglia, passando poi all’imbottigliamento effettuato a pressione costante. Con questo metodo si potranno effettuare lavorazioni molto più rapide rispetto al metodo classico, e nel vino risulteranno note del vino più aromatiche e fruttate, con una struttura inferiore ma, nonostante questo, offrendo un vino giovane e fresco.

Ma quali sono le differenze sostanziali tra le due diverse lavorazioni a livello di bollicine?

In entrambe le lavorazioni troviamo una base comune, ossia l’utilizzo di un vino fermo a cui verranno successivamente aggiunti degli zuccheri e dei lieviti; specialmente per gli zuccheri, la quantità che verrà utilizzata varierà a seconda della pressione che si vorrà ottenere nel vino spumante. In entrambi i metodi è assolutamente vietata l’aggiunta di CO2, poiché sarà la presenza stessa dei lieviti, fermentando con gli zuccheri, che produrranno naturalmente la formazione delle famose bollicine. La prima differenza sostanziale è proprio la fase che riguarda la rifermentazione del vino, ossia quella dove si ottengono le bollicine che tutti ammiriamo e apprezziamo: nel metodo classico, questa particolare fase avverrà direttamente all’interno della bottiglia, mentre nel metodo Charmat avverrà nell’autoclave.

gabbietta tappo sugheroChiunque abbia avuto modo di avere una bottiglia di vino frizzante si sarà reso conto che hanno particolarità differenti rispetto alle bottiglie di vino tradizionali. In generale, le bottiglie di vini frizzanti, oppure dei vini spumanti, sono molto più pesanti e costituite da un vetro più spesso rispetto agli altri vini, con delle chiusure diverse. L’utilizzo di questi dettagli è stato scelto per evitare che si possa disperdere l’anidride carbonica formatasi al loro interno, facendo in modo che la bottiglia possa sopportare la pressione creatasi ma che, soprattutto, eviti di esplodere inaspettatamente. Un occhio di riguardo dovrà essere dato anche per il fondo: quest’ultimo non presenta nessun spigolo, poiché è una delle parti più delicate e a rischio di rottura. Infine, anche il tappo si dimostra differente rispetto alle altre bottiglie: viene generalmente utilizzato un tappo a forma di fungo, prodotto con il sughero, in grado di resistere all’alta pressione e che venga unito al collo della bottiglia con l’utilizzo di quella che viene chiamata “gabbietta“.